Un posto per piccoli messaggi, ma di grandi valori
Secondo un sondaggio pubblicato oggi la maggioranza degli italiani è favorevole alle liberalizzazioni:
60% favorevoli
31% contrari
9% senza opinione.
A prima vista, benchè il favorevoli siano il doppio dei contrari, il dato non è poi così confortante, abbastanza perchè in democrazia qualsiasi governo si senta in dovere di andare avanti per questa strada, ma si resta perplessi considerando che un terzo degli intervistati rifiuta i benefici che nel resto del mondo industrializzato questo processo ha portato, in primo luogo per i consumatori (ovvero “tutti” noi), ma anche per il mondo del lavoro e dell’impresa aprendo nuove opportunità in settori bloccati da piccoli e grandi protezionismi.
Ma ancora più interessante, in tale sondaggio, sono i risultati disaggregati per intenzioni di voto:
elettori di centrosinistra
favorevoli 78%
contrari 18%
senza opinione 4%
elettori di centrodestra
favorevoli 55%
contrari 38%
senza opinione 7%
E’ un paese strano, il nostro.
Abbiamo un centrosinistra accusato da sempre di essere conservatore, reazionario, di bloccare qualsiasi progresso ecc. ecc. e poi le uniche privatizzazioni sono state quelle dei vari governi di centrosinistra (Amato, Ciampi, Prodi ecc.) e così pure le uniche liberalizzazioni fatte nell’ultimo decennio (sempre Bersani), mentre il centrodestra -che si professa alfiere del mercato- non solo non ha privatizzato alcunchè nell’ultima legislatura e non ha liberalizzato neppure i vongolari di Chioggia, ma è anche la coalizione che porta in piazza tutte le categorie che si oppongono alle liberalizzazioni.
Avvocati, notai, commercialisti, tassisti prima, probabilmente benzinai, parrucchieri ecc. ecc. oggi.
L’unica liberalizzazione che il centrodestra ritiene giusta ed adeguata è quella dei lavoratori, che siano operai o braccianti, impiegati o commesse la qualifica non importa, la cosa rilevante è che non siano inseriti in ordini professionali, non abbiano una partita iva, non siano direttamente interessati all’evasione fiscale… ecc.
Non se ne vuole parlare di lotta di classe, a sinistra fa “veterocomunista” e piace molto poco, a destra c’è tutto l’interesse a nascondere il problema, meglio se sotto una discreta cappa di veline seminude e calciatori con i colpi di sole, ma le molte Italie che si agitano dentro i nostri confini slabbrati si possono facilmente dividere in due classi sociali in lotta, una lotta molto più feroce di quella degli anni ’70, perchè il benessere è arrivato (anche se per pochi) senza portare molta felicità, accompagnato da un vero e proprio terrore di perderlo (per colpa degli extracomunitari, dei cinesi, dei comunisti, dei musulmani, dei laici ecc. ecc.).
La nostra è una società apparentemente complessa, ma alla fine, sotto sotto ben nascosta sotto cortine fumogene fluttuanti (pacs, Iraq, il crocifisso in classe e il delitto di Cogne) il nocciolo duro della diversità è data esclusivamente dal denaro, da chi ne ha e da chi non ne ha.
Come la volontà di liberalizzazione del mercato ci conferma.

Quella del “cialtronismo” è indubbiamente la linea di pensiero attualmente dominante, è composto in ugual misura da arroganza, interesse personale, ignoranza e pressapochismo.
Le “regole” del “libero mercato”, alle quali da almeno tre lustri tutto il mondo si inchina nella spasmodica ricerca de benessere e della felicità, sono in realtà soltanto uno specchietto per le allodole, o meglio una graziosa coperta ideologica sotto la quale si nasconde il più bieco sfruttamento.
Da tempo numerosi premi nobel per l’economia (molti dei quali americani) sono critici nei confronti sia del “libero mercato” (sottolineandone le storture) sia della loro “discutibile” applicazione da parte dei governi e dei sistemi economici.
Joseph Stiglitz, americano e premio nobel, in questo articolo spiega con semplicità un perverso meccanismo nel quale mercato e politica, imprenditori e centri di potere, intrecciano i loro interessi a discapito di quelli globali.
Detto in maniera molto semplice: una lobby (in questo caso quella del cotone) appoggia una parte politica in cambio di generosi contributi, miliardi di dollari ogni anno, che finiscono nelle tasche di pochi.
Con questi contributi una produzione che sarebbe bocciata dal “mercato” riesce invece a spiazzare tutti gli altri produttori, nella fattispecie quelli del terzo mondo, gonfiando ulteriormente i profitti dei soliti.
Le conseguenze sono prezzi più alti per i consumatori finali e disoccupazione nel terzo mondo, con evidente accelerazione del fenomeno delle migrazioni di massa.
E’ un meccanismo semplicissimo, spiegato con chiarezza dal premio nobel, purtroppo questo meccanismo si ripete in moltissimi mercati diversi, senza poi parlare di altri “meccanismi” posti in essere da portatori di interessi analoghi in altri mercati, come ad esempio quello del petrolio soggetto alle più irrazionali fluttuazioni, tanto che i sospetti di manipolazione dei prezzi sono sempre più presenti.
Potere economico e potere politico nel c.d. “mondo libero” sempre più frequentemente intrecciano i loro interessi a discapito delle collettività, usando con sapienza un sistema informativo così sovrabbondante che, di fatto, informa assai meno di 50 anni fa. La massa delle informazioni che colpiscono il cittadino è tale che l’informazione di qualità viene sommersa dal frastuono globale e si riduce ad un indistinguibile rumore di sottofondo.
Il “mercato” è imperfetto perché è costruito e gestito da strumenti imperfetti: gli esseri umani, che ne approfittano per manipolarlo quando è possibile.
Ovvero quando mancano le regole o queste sono di pessima qualità.
La grande finzione è quella della c.d. “libertà”, intesa nel senso di nessuna regola, come se il mercato trovasse da solo la sua strada, il suo corretto percorso. Ma l’economia di mercato è basata sul principio del profitto, che nessuno vuole demonizzare ma è anche l’altra faccia dell’egoismo privato. Il profitto del singolo non è detto che sia anche quello della società nel suo complesso (vedi il caso delle famose merendine e del fast food che hanno sì creato business colossali, ma anche una devastante obesità, la società non ne ha certo beneficiato, i costi sono stati scaricati sulla collettività, o sui singoli, e a poco vale dire che nessuno è costretto a mangiare male se poi questo diventa un problema sociale) e la somma di milioni di singoli egoismi deve essere governata per evitare colossali storture.
Il libero mercato deve essere basato su regole ben definite, libero all’interno di argini ragionevoli e solidi. La grande truffa è stata quella di far credere ad una maggioranza suo malgrado affetta da “cialtronismo” che la libertà è possibile solo quando non ci sono regole, e che le regole sono dannose “ipso facto”.
Eppure nella storia umana la mancanza di regole ha sempre portato al prevalere di un’unica regola: quella del più forte.
Com’è adesso quella, ad esempio, del mercato del cotone, con tutte le sue conseguenze.
E’ difficile guarire una società afflitta da cialtronismo nella quale la “mala informazione” è bene o male guidata da centri di potere (direttamente, o indirettamente tramite le risorse pubblicitarie) che hanno tutto l’interesse a manipolare la realtà. Una volta i cittadini dovevano essere mantenuti nell’ignoranza, adesso in una bizzarra ignoranza da eccesso di informazioni.
Non è un caso che nei telegiornali non ci sia altro che l’assegnazione dei premi nobel e mai si parli delle opere che li hanno portati a quei risultati.
Quasi duecento pagine e una sola buona notizia: dopo anni di continua crescita le automobili che soffocano le nostre città per la prima volta sono diminuite in maniera sensibile. E’ questo il triste bilancio di Ecosistema Urbano 2007, l’annuale resoconto realizzato da Legambiente, Sole 24 Ore e Istituto di ricerca Ambiente Italia sullo stato di salute dei 103 capoluoghi di provincia italiani.
Un paese immobile. Il volume, presentato questa mattina a Roma, fotografa un paese sostanzialmente immobile e impotente nella battaglia per migliorare la vivibilità ambientale della sue città, a partire dalla qualità dell’aria. I valori di biossido di azoto sono fuorilegge in 43 comuni contro i 38 dello scorso anno e per le polveri sottili il livello di allarme sanitario è stato superato in 24 capoluoghi (contro i 26 del 2005), a testimonianza che lo smog è una malattia grave che non può essere combattuta con l’aspirina rappresentata dalle targhe alterne o dallo stop alle auto non catalizzate.
La migliore è Bolzano. La consueta classifica finale delle prestazioni delle singole città, realizzata incrociando il giudizio su 125 parametri diversi che vanno dall’utilizzo dei mezzi di trasporto pubblico all’abusivismo edilizio, dalla qualità delle acque al numero di verde a disposizione per ogni cittadino, incorona Bolzano regina davanti a Mantova, La Spezia, Parma, Trento, Pisa, Ferrara, Verbania, Livorno e Cremona. Ma come ha segnalato il presidente di Legambiente Roberto Della Seta, si tratta sostanzialmente di una vittoria di Pirro. La provincia altoatesina “più che la migliore, è la meno insostenibile”.
Allarme anche per i rifiuti. La sintesi del rapporto redatta da Legambiente è infatti desolante: “L’inquinamento atmosferico da un anno all’altro non è praticamente cambiato, rimanendo quindi su livelli di allarme, la congestione è sempre la stessa, mentre il trasporto pubblico perde passeggeri e la produzione di rifiuti è aumentata, senza essere compensata da un timido +1,7% nella percentuale di raccolta differenziata, che nella media nazionale salgono dal 20 al 21,7 per cento, rimanendo ancora molto lontana dalla quota minima del 35% fissata per legge”.
Questione di cultura. Per combattere questo stato di cose, ha spiegato nel corso della presentazione del dossier il parlamentare dell’Ulivo Ermete Realacci, sono necessari anche i piccoli provvedimenti simbolici. “Per questo – ha affermato – è imporante che nella Finanziaria ci siano almeno due ‘finestre culturali’, come il superbollo per i Suv e il trasferimento dei finanziamenti previsti inzialmente per l’acquisto di auto Euro4 a uno speciale fondo a sostegno del trasporto pubblico”.
Maglia nera a L’Aquila. Se il successo di Bolzano, che pure vanta punte di eccellenza nelle sue politiche ambientali, è dunque molto relativo, facile immaginare quale sia la situazione dell’ultima città in classifica, L’Aquila, che per una volta tanto sottrae la maglia nera a una provincia del sud. Per suoi demeriti però, perché in realtà le città del Mezzogiorno continuano ad offrire condizioni ambientali nettamente inferiori a quelle del centro e del nord, con appena tre capoluoghi nelle prime 35 posizioni: Salerno si classifica 21esima, Cosenza 32esima e Avellino 34esima.
Tra le grandi migliora Genova. Una partita a parte è quella che si gioca tra le grandi città, con Genova, Roma e Milano che danno qualche cenno di ripresa dopo lo stallo registrato nel 2005. Il capoluogo ligure è 27esimo (con un balzo di 43 posizioni), Roma 68esima (+8, grazie soprattutto alla realizzazione di nuove piste ciclabili) e Milano 62esima (+20, grazie soprattutto alla migliore depurazione delle acque di scarico). Resta invece “in coma” Napoli, con la raccolta differenziata ferma sotto il 10%, zero piste ciclabili, due metri quadrati di verde per abitante e un abusivismo edilizio doppio rispetto alla media nazionale.
Italia lontana dall’Europa. Dati ancora più inquietanti se paragonati, come fa il rapporto, con quanto accade con le altre grandi città europee come Helsinki, Copenhagen, Barcellona e Stoccolma, che danno invece segnali di grande vitalità nell’impegno per migliorare la qualità ambientale, facendone anche un traino per lo sviluppo economico.
In un anno 400mila auto in meno. Tra tanti elementi negativi, la consolazione più grande arriva come detto dalle statistiche sulla diffusione delle automobili, vere metastasi delle nostre città. Il loro numero dal 2005 al 2004 è sceso di circa 400 mila unità, facendo abbassare leggermente il rapporto per ogni cento abitanti (neonati compresi) da 63 a 61. “Un calo interessante che andrà ben valutato in futuro – ha chiarito ancora Della Seta – in sostanza si tratta di capire se è solo un fenomeno passeggero, legato a un momento di eccessiva saturazione del mercato, o se davvero è cominciata un’inversione di tendenza che interessa almeno il possesso se non l’uso”.
Fonte: www.repubblica.it
Secondo la Banca d’Italia il reddito medio degli italiani è 24.000 euro, 28.000 al nord e 17.000 al sud. Per il Ministero dell’Economia e delle Finanze il reddito medio è addirittura inferiore.
Tabelle alla mano il sottoscritto non solo è benestante, ma addirittura potrebbe dirsi “agiato”.
Eppure non possiedo neppure una casa ed il mio mezzo di locomozione è una vecchia bicicletta.
In effetti, considerati i costi di un’automobile, questa è la differenza che mi consente di ricevere con una certa tranquillità le bollette di Enel, Telecom ecc.
Soprattutto non ho figli.
Non mi compro abiti firmati (un furto legalizzato), vado raramente a mangiare fuori (e quelle poche volte mi sento letteralmente derubato), non seguo le mode, i miei pochi vizi sono libri e saltuari viaggi (oculando le spese).
Per me, italiano ben sopra la media, risulta davvero difficile capire due cose:
1) come fanno le famiglie con un reddito pari almeno al mio a tirare avanti (come al solito c’è l’aiuto di genitori, nonni, suoceri?);
2) com’è possibile che ci siano in giro così tante automobili costose, così tante seconde case e che i porti turistici non riescano ad offrire ormeggio a tutte le barche che ne hanno bisogno?
Il secondo punto potrebbe sembrare meramente demagogico, ma in questi giorni di rivolta fiscale (secondo i politici di centrodestra) è necessario cercare di capire qualcosa, partendo magari dalla propria situazione. E quindi: se io appartengo ad una categoria ad alto reddito (mah!) chi sono tutte queste persone che comprano scarpe da 400 euro, abiti da 1.000 euro, automobili da 50.000 ed appartamenti con prezzi che non hanno alcuna relazione con lo stipendio medio (25 anni di stipendi integralmente versati per comprare una casa di medio taglio in una grande città)?
Il Censis ha scoperto che negli ultimi anni la differenza tra ricchi e poveri è aumentata in modo spropositato: il 10% delle famiglie più ricche possiede oltre il 45% della ricchezza netta. Durante gli ultimi dieci anni il 5% dei più ricchi è passato dal 27% al 32%, e l’1% di loro dal 9% al 13%.
Insomma: i ricchi sono diventati smisuratamente più ricchi.
E’ la stessa differenza, in proporzione, che passa fra gli Usa ed il terzo mondo, o forse è meglio dire che abbiamo portato il terzo mondo fra noi italiani. E non stiamo parlando di immigrazione, ma di operai, pensionati ed impiegati che piano piano sono scivolati sempre più in basso.
Infatti, sempre secondo il Censis, in due anni dopo il 2000 ben 600.000 famiglie, ovvero oltre il 13%, sono scese verso il basso abbandonando la c.d. “classe media”. Gli italiani a reddito fisso. Le famiglie “medie”.
La paura della povertà, della precarietà propria e dei propri cari, si diffonde sempre di più perché è la situazione ad essere davvero pericolosa.
In un simile clima di psicosi, perché a livello personale è questo che diventa, si è ancora più facilmente preda di altre paure: la Cina, la globalizzazione, il terrorismo, gli arabi, gli extracomunitari.
Soprattutto quando la base culturale è sempre più rarefatta, mancano gli strumenti per un’analisi critica della situazione generale.
Secondo la Banca d’Italia in questi anni i redditi dei lavoratori autonomi sono cresciuti in termini reali del 15%, mentre quello dei lavoratori dipendenti sono diminuiti del 4% in termini reali. Al netto dell’inflazione.
L’evasione fiscale è alta. Alcuni studi la fissano tra il 27 e il 48 per cento del Pil ufficiale. Altri studi rivelano che l’Irpef di autonomi e di piccole imprese è evasa tra il 55 e il 70 per cento. Sull’Iva, il valore non dichiarato è fra il 30 e il 40 per cento; l’evasione Irap supera il 30 per cento.
Ed allora comincio a capire di chi sono tutte quelle auto di lusso, a chi si rivolge la pubblicità di beni che non posso permettermi, quegli stili di vita che adesso la televisione ci mostra come inarrivabile “normalità”: le feste in Costa Smeralda, le ville al mare, le belle case, le belle auto, le belle donne, i lifting, gli abiti firmati, il botox, la griffe a tutti i costi.
C’è un piccolo pezzo d’Italia che vive con la stessa ricchezza dell’altro 90%, che non paga le tasse dovute, le quali a loro volta sono in carico a chi non le può evadere.
Non c’è scusa che tenga, la concorrenza cinese, i contributi troppo alti ecc. ecc.: questa gente scientificamente ruba a tutti gli altri.
A propria discolpa possono solo dire che “l’occasione fa l’uomo ladro”. Tutti siamo potenzialmente ladri, è la sanzione che trattiene la gran parte delle persone. Ma quando il Fisco è stato accuratamente gestito per decenni per permettere questa rapina sociale, il risultato è inevitabile.
Appartengo al ceto medio alto (secondo queste false statistiche), controllo tutte le mie spese, mi posso permettere veramente pochi sfizi, come fanno tutti quelli che stanno peggio di me?
Se davvero Berlusconi porterà in piazza i suoi, sarà forse il momento giusto per contarci e soprattutto confrontarci.
Il ceto medio si sta veramente incazzando di brutto.
Mentre i “moderati” della CDL promettono di scendere in piazza, con toni che ricordano più il Cile la settimana prima del golpe di Pinochet (“macelleria sociale”, “assalto al ceto medio” ecc. ecc.), ben supportati dai media (ovviamente tutta Mediaset e buona parte della Rai, oltre a tutti i giornali controllati o “vicini” al centrodestra), gli italiani scorrono con occhio preoccupato sulle simulazioni relative al loro prossimo futuro fiscale.
Ne abbiamo presa una assolutamente insospettabile: quella nella prima pagina de “Il Giornale”, organo non ufficiale di Fininvest, o meglio organo ufficiale di casa Berlusconi
15.000 -111
20.000 -75
26.000 -32
30.000 -83
35.000 -89
40.000 +28
60.000 +480
80.000 +1.080
100.000 +1.880
120.000 +1.880
Com’è facile osservare i redditi fino a 40.000 euro saranno beneficiati dalla riforma del ViscoVampiro, a questi benefici dobbiam oaggiungere anche le varie altre disposizioni favorevoli, come i bonus per le palestre e gli affitti dei figli, più corposi assegni familiari ecc. ecc.
Insomma: la gran parte dei contribuenti italiani avrà qualche vantaggio, purtroppo si tratta di ben poca cosa, ma lo stato del deficit è tale che anche solo mantenere le proprie posizioni deve essere considerata una vittoria.
La riduzione più consistente, dell’ordine di 90 euro al mese, colpisce i redditi da 80.000 euro. La faccenda è molto grave, indiscutibilmente, ma non per l’importo in questione (una cena per due in un ristorante medio, oppure un pullover in un grande magazzino), ma piuttosto perchè la c.d. “classe media” stangata conta circa 1,5% dei contribuenti, in gran parte dirigenti pubblici e privati, pensionati “d’oro”, pochissimi professionisti, imprenditori e commercianti.
Ci sono due gravi considerazioni da fare, altro che la “macelleria sociale”:
1) c’è una vasta classe media che sfugge all’imposizione fiscale, evade o elude;
2) comunque la “classe media” italiana è numericamente ridotta rispetto agli altri paesi di prima europeizzazione (ovvero la classe media italiana è più povera degli altri).
Il vero difetto di questa finanziaria è che non si è fatto abbastanza per combattere l’evasione, unico strumento che permette davvero di ridurre le tasse a chi regolarmente le versa.
Purtroppo in larghe parti del paese l’emissione di uno scontrino o di una fattura da parte di commercianti, imprenditori e professionisti, è una cosa così fuori dalla norma da apparire quasi bizzarra.
Non solo, il sistema delle agevolazioni (es. asili nido, esenzioni tickets ecc. ecc.) funziona in base alla dichiarazione dei redditi, così accade “normalmente” che l’evasore fiscale viva in una casa pubblica, non paghi medicinali, abbia l’asilo comunale e i bonus scuola, e si possa permettere uno stile di vita di molto superiore rispetto al suo dipendente, il quale invece dichiara necessariamente tutto e risulti sulla carta, ma solo lì, più ricco del suo principale.
Un doppio furto ai danni della collettività.
Se la CDL vuole portare in piazza il popolo dei SUV e degli 80.000 euro faccia pure, ma allo stesso democratico modo l’Unione potrà chiedere di scendere nelle piazze quel 98.5% della popolazione che da questa finanziaria ha veramente poco da temere (o forse anche solo quel 70% che onestamente dichiara e paga fino all’ultimo centesimo).
C’è davvero qualcuno che vuole lo scontro di piazza fra “onesti” ed “evasori”?
Mentre il rapporto deficit/Pil viaggia verso il 4,8% annuo (ricordiamo che il tasso di stabilità ammette quale limite il 3%) ed il debito pubblico è di circa 50 punti superiore a quello che sarebbe il massimo consentito, gli italiani, le categorie economiche e le parti sociali aspettano di conoscere quale sarà l’importo della Finanziaria 2007.
Si sa che l’importo, già fissato nel Dpef, sarà di almeno 30 miliardi di euro, magari anche 32, dei quali 13 di nuove entrate e 17 di tagli.
Tradotto per la “serva”: nuove imposte per 13 miliardi di euro e tagli di spesa per altri 17 miliardi.
In questa situazione è chiaro che, bene o male, tutti i cittadini saranno chiamati in qualche maniera a “partecipare”, ma lo stato delle finanze pubbliche è tale che non è possibile evitare la manovra. In caso di mancato rientro del deficit non soltanto l’Europa ci multerà pesantemente (peggiorando così il debito) ma soprattutto i tassi del nostro debito schizzeranno verso l’alto ed allora il prezzo da pagare sarà ben più alto di 30 miliardi.
E’ bene osservare, prima di fare qualsiasi altra considerazione, che se non fosse per l’evasione fiscale (da 100 a 200 miliardi all’anno) l’Italia sarebbe un paese finanziariamente virtuoso.
Le “manovre” che da più di dieci anni cercano disperatamente di regolarizzare lo stato dei conti pubblici, con relative categorie più o meno colpite a seconda dei casi, sono al più “pannicelli caldi”. Finchè la situazione fiscale italiana non sarà riportata almeno su canoni accettabili (diciamo evasione a livello medio europeo) si continuerà a percorrere una strada tortuosa e di scarsa utilità.
Eliminare gli sprechi dell’organizzazione pubblica (i c.d. “costi della politica”, ovvero le centinaia di migliaia di assessori, consiglieri ecc. ecc. l’innalzamento dell’età pensionabile, i contributi che niente hanno a che vedere con reali necessità di contribuzione ecc. ecc.) è indubbiamente opera doverosa, ma alla fine anche questa è soltanto un palliativo, che oltretutto può anche essere più dannoso.
Vedi ad esempio le tante esternalizzazioni della sanità, che hanno portato a colossali deviazioni “opache” di fondi alla sanità privata in cambio di un miglioramento del servizio non in linea con l’aumentare dei costi.
Il bilancio pubblico per tanti amministratori è stato un vero e proprio affare, o meglio: un assalto alla diligenza in tutto e per tutto.
Il risultato della mala gestione del bilancio dello Stato, del bilancio comune di tutti i cittadini, è quello di servizi di qualità spesso mediocre a costi analoghi a quelli di altri paesi.
Ed ovviamente una classe medio alta, numerosa e vorace, proprietaria di questo sfascio e da questo ben “ingrassata”.
Politici ed imprenditori.
Un esempio pratico: è di questi giorni uno studio europeo sulla qualità delle autostrade, ovviamente quelle italiane sono fra le peggiori, le migliori sono quelle inglesi e tedesche, che a differenza delle nostre (carissime) sono addirittura gratuite, o meglio a carico della fiscalità generale, pagate da tutti i cittadini (motorizzati o meno) perchè là l’evasione fiscale è molto più bassa, tanto che non solo i servizi sono migliori, ma addirittura i cittadini onesti pagano meno tasse.
Pagare meno, pagare tutti.
Nei cinque anni dei due ultimi governi Berlusconi fra condoni e politiche fiscali è stato attuato il più colossale trasferimento di ricchezza dai ceti più bassi a quelli più alti (ammissione dello stesso Tremonti), mentre il consifliere economico di FI, Brunetta, dichiarava che questo è il sistema migliore per rilanciare l’economia.
Magari la campagna pubblicitaria di Rifondazione è un po’ sopra le righe, ma sinceramente qualsiasi governo in Italia sia in grado di far finalmente pagare le tasse ai più ricchi (categoria anche incredibilmente brava a lanciare continue grida di dolore) non può che essere un governo meritorio, di destra o di sinistra che sia.
L’eutanasia (dal greco: eu, “dolce”, thanatos, “morte”: “dolce morte”) è una pratica che procura la morte in maniera non dolorosa a persone o ad animali (per questi ultimi si veda la voce Eutanasia animale) allo scopo di eliminare la sofferenza negli ultimi momenti della vita.
Il termine eutanasia si può riferire a diversi tipi di pratiche, talvolta distinte anche sul piano morale e giuridico:
l’eutanasia attiva (in cui si provoca attivamente la morte del malato, per esempio attraverso la somministrazione di sostanze tossiche);
l’eutanasia passiva (in cui si procura la morte del malato indirettamente, sospendendo le cure);
il suicidio assistito (in cui al malato vengono forniti i mezzi per suicidarsi in modo non doloroso).
Si tratta di un argomento controverso che è oggetto di dibattito in campito morale, religioso, legislativo, scientifico, filosofico e politico. Attualmente, l’eutanasia (in qualche forma) è legale solo in alcuni Paesi; in altri viene giuridicamente inquadrata come forma di omicidio.
Un concetto antitetico all’eutanasia (passiva) è l’accanimento terapeutico, ossia cercare di tenere in vita una persona morente anche in caso di patologie estremamente critiche e irreversibili e anche contro l’interesse del morente.
“Wikipedia”
Com’è facile intuire scorrendo queste poche righe, il problema dell’eutanasia è assai più complesso di quel che può apparire a prima vista.
Ci sono più tipi di “eutanasia”, ci sono problemi di molteplice natura da considerare, ci sono i limiti della scienza, le questioni delle singole coscienze, i precetti religiosi, le questioni morali e le varie morali.
Com’era ovvio la polemica è subito divampata violenta, per molti di eutanasia non si può neppure discutere. Il dogma della religione pone il pensiero al di fuori della possibilità di discussione.
La vita è inviolabile e pertanto l’eutanasia è peccato mortale. Se costoro fossero altrettanto “rigidi” nei confronti dei costruttori di armi (che ovviamente sono destinate ad uccidere), dei fabbricanti di automobili (milioni di morti ogni anno nel mondo, solo perché non vengono costruite auto con limitatori di velocità) ecc. ecc. il loro pensiero nei confronti dell’eutanasia sarebbe più forte, anche perché in questo caso c’è una forte motivazione personale ad avere una morte dignitosa, mentre nei milioni di altri casi la morte è un incidente non voluto.
Ma come al solito il pensiero complesso, difficile, si scontra e perde davanti a chi non ha dubbi, a chi vive di assoluti dietro i quali può proteggersi.
Eppure la sopravvivenza di tanti di noi sarà sempre più interessata da questa questione, le meraviglie della medicina e della tecnica rendono sempre più facile tenere in vita un corpo anche quando la mente è stata spazzata via da qualche male, oppure tenere in vita la coscienza quando è il corpo ad essere devastato.
La sofferenza è fisica, morale, intellettuale, anche familiare oltre che personale e questo bacino di sofferenza, grazie alla medicina, è sempre più vasto, sempre più facile che le nostre famiglie ci finiscano dentro.
Si può lasciare che la solita ipocrisia nazionale governi la questione, che il medico comprensivo, compiacente, magari amico o familiare, lasci scivolare nella notte eterna il sofferente, come fino ad oggi è stato, oppure fissare delle regole, magari non condivise da tutti perché sarebbe impossibile, ma almeno dalla maggioranza della gente.
Il Presidente Napolitano ha commesso un grave errore: il Paese non si appassiona di queste cose, troppo complicate, troppo vicine ad un pensiero che nessuno vuole affrontare, quello della morte, ma soprattutto il Parlamento i rappresentanti di questo popolo ignorante che non legge e non vuole studiare- non è in grado di affrontare discussioni così alte, così “ingombranti” e complesse.
Questo Parlamento si può occupare solo dei propri affari personali e di come si può sopravvivere (e “bene”), personalmente o in clan, mentre scivoliamo sempre più in basso in un mondo che corre avanti mentre noi guardiamo ad un passato che non c’è più.
Una ragazzina va a pomiciare al gioardinetto, poi tornando a casa chissà cosa gli scatta nel cervello, incontra un marocchino e lo accusa di stupro, poi fortunatamente (prima che le cesoie di Calderoli avessero il tempo di castrarlo) si ravvede e racconta la verità.
Dopo mesi di denunce da parte di Repubblica, finalmente la magistratura si mette in moto ed arresta tutta la banda che, al soldo di Telecon e Pirelli e chissà chi altro, da anni fa intercettazioni ed indagini illegali. Un unico filo nero che unisce servizi segreti (rapimento Abu Omar), “furbetti del quartierino”, scandalo Laziogate. Nel frattempo la stessa Telecom è nella bufera per la grave situazione nella quale gli ultimi grandi imprenditori l’hanno messa ed è probabile che a breve l’intera telefonia mobile italiana, italiana non lo sarà più. Prodi è accusato di aver indispettito il genio imprenditoriale di Tronchetti Provera al punto di farlo dimettere.
Mentre la Gregoraci torna trionfalmente in televisione, lo scandalo delle vallette “facili” nei ministeri diventa gossip, e nei telegiornali la notizia è lei e non i lavoratori che spariscono nel nulla, nei campi del meridione.
Dati i numeri in parlamento la politica ruota tutto intorno ad un senatore dipietrista, o meglio exdipietrista perchè si sta costruendo il proprio partito personale. A seconda di come si alza al mattino? Se c’è il sole oppure è nuvoloso?
Nel frattempo l’Afghanistan e l’Iraq, nonostante i nostri telegiornali, stanno lentamente tornando in mano alle bande islamiche, sciiti o sunniti; le economie indiane e cinesi viaggiano sempre intorno al 10% di incremento annuo e noi stiamo sparendo dal mondo.
Ma la notizia che interessa tutti è l’avvio del nuovo campionato e dei nuovi reality show, che purtroppo in numero di almeno 50 non riscuotono più il solito successo.
I fatti:
- la Telecom è oberata di debiti (dovuti alle scalate di Colaninno e Tronchetti Provera).
- Tronchetti Provera, dopo anni di inutili piani aziendali, ha deciso che l’unico sistema per non essere travolto dai debiti era quello di scorporare Tim (la gallina dalle uova d’oro, qualche miliardo di euro di utili ogni anno) e metterla in vendita. Possibili acquirenti? Di italiani solo Fininvest, oppure una discreta fila di gruppi stranieri pronti a fare un ottimo affare.
- Tim lavora su concessione pubblica (numeri, frequenze ecc.) e quindi è soggetta al controllo pubblico delle sue attività.
- Ominitel era italiana, è stata venduta all’inglese Vodafone.
- Wind era italiana, è stata venduta agli egiziani (!).
- 3 era partecipata anche da gruppi italiani (es. Tiscali), adesso è interamente straniera.
La telefonia mobile è indiscutibilmente un settore strategico per lo sviluppo e la crescita dell’economia, quanti sono gli italiani che veramente desiderano che anche l’ultimo gestore telefonico divenga straniero?
Possiamo permetterci che l’intera telefonia mobile dipenda da investitori comunitari ed extracomunitari?
Non si possono invocare astratti principi di liberalizzazione, di concorrenza che promuove servizi e tariffe migliori, perchè già il settore è ampiamente concorrenziale e le tariffe hanno avuto notevoli tagli negli ultimi anni.
Ed allora, anche se Prodi si fosse personalmente attivato con Tronchetti Provera per avere garanzia di italianità della Tim, qual’è il danno per il Paese?
Si sarebbe trattato, semmai, di un intervento doveroso.
Se la Tim fosse stata ceduta di nascosto a Telekom quali sarebbero state le reazioni di Fini, Berlusconi o Tremonti?
Avrebbero plaudito alla libera iniziativa, oppure avrebbero chiesto le dimissioni del governo perchè non era intevenuto?
Pensare che Tronchetti Provera si sia dimesso per l’intervento di Prodi è tanto irreale quanto stupido. Fino a ieri l’ipotesi più accreditata era quella del mancato gradimento dei c.d. “mercati” della sua ipotesi di scorporo, un piano strategico che avrebbe potuto ideare uno studente del primo anno del tecnico-aziendale, ma oggi con gli arresti della centrale di spionaggio occulta, che lavorava direttamente per Telecom e Pirelli e che faceva riferimento direttamente ai vertici (secondo quanto è stato scoperto dagli inquirenti) tutta la faccenda assume connotazioni più sinistre.
Una centrale di spionaggio con loschi collegamenti col Sismi, politici, banchieri, imprenditori ecc. intercettati, trame anche internazionali ed il tutto all’interno dell’impero economico di Tronchetti Provera.
Mai come oggi l’Italia sembra essere un paese a democrazia limitata.
E così, nel breve volgere di una dotta dissertazione teologica, Papa Ratzinger suo malgrado ha visto sciuparsi l’immagine accuratamente costruita di nonno benevolo, per passare a quella di un politico che -mercè sua- è stato frainteso dal grande pubblico.
Paragonare Ratzinger a Wojtyla è ingeneroso, ma da che storia ricordi comunque il tedesco è il primo Papa costretto a correggere le proprie parole, quasi “scusandosi” per il fraintendimento.
Dall’infallibilità papale decretata da Pio IX (il Papa, sostenuto ed ispirato dallo Spirito Santo, non può sbagliate) al più “terreno” malinteso il percorso pontificio è stato drammaticamente discendente.
Misurare le parole, anche e soprattutto discettando di teologia, in questi tempi così complicati è doveroso per qualsiasi personalità politica, a meno che non si abbia l’intenzione di scendere ai livelli di un Ahmadinejad o di un Calderoli, le due diverse facce di quel pensiero che adesso va per la maggiore.
Sempre che certe attività costituiscano veramente manifestazione di “pensiero”.
In fondo bisogna anche capire il povero Ratzinger, uomo che per lustri e lustri ha studiato da “Papa” operando come bargello e come giudice dell’inflessibile tradizionalismo cattolico, difendendo l’ortodossia da qualsiasi pulsione modernista (dove sono finite le aperture di Giovanni XXIII° ed i dubbi tormentati di Paolo VI°?) conquestandosi così nel cuore di Giovanni Paolo II° il posto di suo delfino, che tutto ha fatto per prepararlo a varcare il soglio vaticano alla sua dipartita.
Ma Giovanni Paoli II°, oltre che ferreo tradizionalista, era anche uomo che sapeva cogliere l’immagine del momento, che ha aperto il Vaticano alle altre religioni senza dare l’impressione che comunque l’unico vero Dio fosse quello cattolico.
Ratzinger, nella sua burocratica ricerca della divinità, ha avuto la sventatezza di dichiarare (diciamo “teologare”) in pubblico che comunque è la fede, quella cattolica, che dà significato a tutto, che prevale sia rispetto a quella islamica che al pensiero laico.
Islamismo e laicismo, le ossessioni degli integralisti di marca “romana”.
Le reazioni dei fanatici sono sconclusionate quanto prevedibili, ed ovviamente il tutto è stato strumentalizzato ad arte.
Può un Papa, soprattutto oggi, ignorare quale sia la realtà che ci circonda?
I mullah che incitano le folle sono indubbiamente da condannare, ci mancherebbe altro, ma se magari per rispetto non rimarchiamo l’errore papale, possiamo almeno sollecitarlo a pesare le sue parole.